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Danae

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1531-32 c.
olio su tela, 161 x 193
Roma, Galleria Borghese

Anche questa tela apparteneva alla serie degli Amori di Giove dipinti dal Correggio per Federico Gonzaga. La serie fu portata in Spagna da Carlo V, a una data imprecisata probabilmente dopo il 1530 ma entro il 1558 (data di morte dell’imperatore). La Danae e l’Io furono poi spedite dalla Spagna a Milano da Pompeo Leoni a suo padre Leone Leoni, a una data che potrebbe collocarsi intorno ai primi anni settanta del Cinquecento. Nel 1585 la Danae era di nuovo tornata in Spagna e figurava nella collezione di Antonio Pérez. Quindi passò alle collezioni reali e fu poi nel 1603 presso l’Imperatore Rodolfo II di Praga. Nel 1648 fu trafugata dalle truppe svedesi e andò a Stoccolma (1652). Grazie a Cristina di Svezia la tela rientrò in Italia e fu donata al cardinal Azzolini a Roma. Dopo ulteriori passaggi di proprietà giunse a Parigi presso gli Orleans, fu quindi a Londra, di nuovo a Parigi per essere finalmente acquistata da Camillo Borghese.
La storia dei passaggi di proprietà della Danae è forse il documento più eloquente del fascino ininterrotto. A Milano l’opera fu vista da Lomazzo che la elogiò nei suoi scritti [1] [2].
Il fulcro della scena è giocato su un calibratissimo accordo di colori chiari fra il bianco candido del lenzuolo e il corpo color perla della Danae. Questa è rappresentata come una fanciulla che, ignara della nostra presenza, sorride fra sè e sè mentre accoglie dolcemente nel grembo le gocce d’oro [3]. A differenza di tante altre raffigurazioni dello stesso mito, nessun turbamento accompagna questa soave figura nè quella del giovane e bellissimo genio alato, qui in luogo dell’usuale servente, che assiste meravigliato all’apparizione della nuvola della pioggia d’oro.
Si conosce un solo disegno preparatorio  per quest’opera, dove è raffigurata Danae ma in una  posa diversa da quella adottata nella soluzione finale. L’atmosfera serena e dolce descritta dal Correggio potè forse offrire delle suggestioni, poi rielaborate in maniera sostanzialmente differente, a Tiziano . [M. Spagnolo]


1. G.P. Lomazzo, Trattato dell’arte della pittura, Milano, 1584: “Per l’eccellenza de’ lumi sono non meno maravigliosi due quadri di mano d’Antonio da Correggio, che si ritrovano in questa città appresso il cavalier Leone Aretino; nell’uno de’ quali è dipinta la bella Io con Giove sopra una nube, e nell’altro Danae e Giove che gli piove in grembo in forma di pioggia d’oro, con Cupido et altri amori, co’ lumi talmente intesi, che tengo di sicuro che niuno altro pittore in colorire et allumare possa agguagliarli; i quali furono mandati di Spagna da Pompeo, suo figliuolo statuario."

2. G.P. Lomazzo, Rime, Milano, 1587: “Te sopr’human pittor nominar posso, / tanto nel colorar fosti primaio. / Ciò mostrar de i duo quadri il solo paio / D’Io e di Danae con l’oro addosso. / L’una di cui per la dolcezza iscosso / con l’atto ha’l volto dal celeste raio / Entro una nube; e l’altra in viso gaio / Con amor gode de l’or c’ha nel scosso. / Questi son tali, che da mortal mano / Non paion pinti ma da man celeste. / E in lodar, lor ogn’un s’adopra in vano. / Ne meno son l’altre opre vaghe e deste,/ Che sono uscite dal Coreggio humano. / Ma fan l’altre del mondo restar meste.

3. Ekserdjian 1997, p. 287-8: “In quanto a Danae stessa, sebbene afferri gli orli del lenzuolo, non sembra che lo stia trattenendo. Al contrario, le cosce sono aperte sotto la stoffa. Non si unisce a Cupido nel guardare verso il cielo, come fa la Danae di Tiziano, né guarda verso di lui come i raggi X rivelano che facesse inizialmente. Invece la scelta finale del Correggio è molto più interessante psicologicamente. In parte ella è una spettatrice eccitata che assiste al suo stesso svelamento, ma al contempo una deliziata ammiratrice del proprio corpo. Sostenuta dai più arrendevoli dei cuscini, sorride, mentre guarda in giù  oltre i piccoli seni alti alla lattea distesa del ventre. Come per Io, i capelli sono elaboratamente disciplinati entro boccoli, ma non sono troppo rigidi, e qui gli si permette di cadere giù per la nuca e sulla spalla destra. L’intero effetto è intimo e incantevole, femminile nel senso migliore, e ben diverso dall’ideale eroico ma inavvicinabile di Tiziano. La Danae del Correggio è un’adolescente, una sorella maggiore di Cupido. Anche se sta ricevendo una visita dal signore di tutti gli dei, rimane inaffettatamente mortale e umana.”
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Raccontiamo brevemente il mito: la bellissima Danae era stata rinchiusa dal padre Acrisio, re di Argo, nella stanza più alta di una torre d’oro. Questa decisione il re l'aveva presa per scongiurare l’evenienza che sua figlia desse alla luce un eroe che lo avrebbe spodestato, secondo la predizione di un oracolo. Giove (ma dovremmo dire Zeus) ne fu informato nelle sue perlustrazioni e pensò di visitarla in forma incorporea, nubilosa. Dapprima si aprì certamente un colloquio, e Amore stesso favorì le comunicazioni del gran dio. All'apice del trasporto affettuoso il nume giunse nella stanza, superando ariosamente ogni ostacolo.  Nascerà Perseo, l'eroe uccisore della Medusa.
 
La tela rappresenta Danae, dal sorriso commosso, mentre riceve la visita di Zeus che si congiunge a lei sotto forma di pioggia d’oro. Cupido, ossia Amore in persona, ha preparato la fanciulla trepidante ed ora è pronubo al vaporoso amplesso: egli rimuove il candido lenzuolo che svela l'eburneo corpo della fanciulla, timidamente aiutato da questa. I piccoli eroti hanno già giocato con la giovane principessa e idealmente ne hanno riscaldato il cuore con le loro freccette inducenti. Danae distende il corpo adolescente trattenendosi nel pensiero del momento amoroso, che avviene nel silenzio di un cielo aurorale.  Essa porta nella capigliatura il messaggio del suo donarsi: la mirabile treccia sopra alla sua tempia sinistra significa "dedizione alla divinità", ossia il voto di legame al dio, e la stupenda ciocca disciolta sulla spalla destra esclama la vocazione di sposa, il richiamo nuziale.
 
Nell'arte italiana è una delle prime raffigurazioni di questo soggetto. Vasari nel 1568 ricordava il dipinto come una Venere con “alcuni amori che delle saette facevano prova su una pietra, quella dell’oro e del piombo, lavorati con bello artificio”. La maggior luce nella stanza torrigiana proviene da destra ed è ampia e forte; questa illuminazione nitida e vibrante produce tuttavia ombre morbide ed effetti di sfumato. Non manca un'effusione argentina dalla finestra aperta: così il paesaggio è l’altro campo vivido, che contrasta con il tono tenero e profondo della stanza. L'osservazione attenta dei putti indica peraltro uno scendere dolce di luce anche da un opercolo superiore, ora occupato dalla nube, come indizio indispensabile all'entrata della pioggia divina. Il variare meraviglioso della carezzante illuminazione fa pensare che le figure siano state studiate con attente prove da modelli viventi, ricolmi di venustà.
Il Cupido - splendidamente giovane e dotato di grandi ali - è a lato di Danae, ed agisce avendo un rapporto preordinato con Giove: egli accenna al dio e scosta il velo nuziale per il palpitante connubio. Di questa figura nei testi antichi non vi si fa menzione, pertanto l’invenzione del Correggio ne risulta straordinaria. L’equilibrio compositivo e la suprema armonia del dipinto furono rilevati in ogni tempo, sino all’ammirazione sconfinata di Gustave Moreau - gran pittore francese del secondo ottocento - che copiò più volte la tela esclamando:“quanto lavoro, per tanta semplicità!”
Ai piedi del talamo - splendida ricreazione classica sotto l'incomparabile sinfonia dei bianchi e degli ori - gli amorini realizzano quel controcanto giocoso che tante volte si registra nelle scene sacre e profane del Correggio. Essi, felicemente estranei al sospiro e all’emozione di Danae, si dedicano a valutare sulla pietra di paragone l’efficacia delle punte delle rispettive frecce. Uno, alato, è considerato l'allegoria dell'Amore sacro (o celeste), e l'altro dell'Amor profano: stanno disputando sugli esiti rispettivamente di una freccia d'oro (la perfezione sentimentale), oppure di semplice metallo (la forza reale dell'eros). Il Correggio - olimpico arbitro imparziale - ci trasmette un tono e un'ambientazione sereni, che rendono ancora più amabile la sontuosa stesura pittorica, trapassante con felicità dal cielo ai tessuti, ai corpi, e che - dopo il recente restauro - ricrea vivissima la gemma della Galleria Borghese. (G.Adani)