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Il ratto di Ganimede

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1531-32 c.
olio su tela, 163 x 71
Vienna, Kunsthistorisches Museum

A differenza degli altri Amori di Giove, il protagonista di questo dipinto è un fanciullo e non una giovane donna. Si tratta infatti di Ganimede, il pastorello frigio rapito per amore Giove (nascosto sotto forma di aquila) e poi eletto coppiere degli dei, un soggetto che si prestava a mettere in scena un amore omoerotico. Si pensa che, date le dimensioni e dato che entrambe presuppongono un analogo punto di vista dal basso, questa tela e quella rappresentante Giove ed Io  fossero state concepite come pendants anche se non è chiaro a quale tipo di decorazione le opere fossero destinate.
A differenza del Giove ed Io il Ratto del Ganimede, pure commissionato da Federico Gonzaga [1], rimase in Spagna dalla metà del Cinquecento fino al 1631, quando è registrato a Vienna. Come la Danae è registrato nell’inventario di Antonio Pérez in Spagna nel 1585, da qui passò alle collezioni reali spagnole ma quando Rodolfo II di Praga, nei primissimi anni del Seicento, ne aveva chiesto l’acquisto gli era stata inviata soltanto una copia. Il fatto che l’opera non rientrasse in Italia, né nel secondo Cinquecento né mai, ha senz’altro inibito una sua fortuna figurativa nel nostro paese, per quanto si possa supporre che ne circolasse un’incisione dato che due autori seicenteschi, Padre Ottonelli e Marco Boschini [1] la ricordarono nei propri scritti.
Anche questa iconografia, come quella di Giove ed Io rappresentò per il Correggio una sfida per esibire la propria bravura. Se là si trattava di rappresentare la consistenza impalpabile di una nuvola, qui la difficoltà maggiore stava nel rappresentare convincentemente una figura in volo. Forse non c’era artista a questa data in Italia e all’estero che fosse più abile del Correggio per un compito siffatto.
L’esperienza della decorazione della cupola di San Giovanni Evangelista e di quella del Duomo di Parma avevano fatto dell’artista un esperto in materia. Proprio dagli affreschi del Duomo è stato notato che deriva la figura del Ganimede, particolarmente da uno degli angeli  efebici in volo sulle nuvole [2]. [M. Spagnolo]



1. M. Boschini, La carta del navigar pittoresco, Venezia, 1660:  “Giove rapisse el vago Ganimede/ El Ganimede el cuor rapisse a tutti”
2. M. Fabiansky,Correggio. Le mitologie d'amore, Milano 2000,  p. 70: “Sarebbe interessante sapere perché il Correggio abbia ripetuto la figura raffaellesca del suo angelo nel Ganimede commissionato da un mecenate non identificato, ma che fu molto probabilmente Federico Gonzaga. Ripetiamo che il futuro duca di Mantova trascorse alcuni anni alla corte di Giulio II a Roma, dove potè apprezzare le opere di Raffaello. Era appassionato visitatore di chiese romane abbellite da dipinti, compresi quelli di Raffaello, perciò potè aver notato l’angelo in Santa Maria della Pace. È illuminante il fatto che il 4 luglio 1512, Federico fu entusiasta di mostrare “le camere del Papa et quelle che dipingia Raffaello da Urbino” a suo zio Alfonso d’Este. Sicuramente intendeva le opere nella Stanza di Eliodoro che erano molto apprezzate a quell’epoca. Sebbene sia partito per Mantova il 3 marzo 1513, prima che Raffaello terminasse gli affreschi, egli potè probabilmente vedere i disegni nello studio. Anni più tardi, il 29 ottobre 1529, egli accompagnò l’imperatore Carlo V nel Duomo di Parma. Poterono vedere il pennacchio di San Bernardo già completato? Non fu probabilmente molto più tardi che Federico commissionò il Ganimede, la cui posa gli ricordava certamente qualcosa. Di conseguenza Federico (e Carlo) apprezzarono meglio il progetto dell’Allegri come qualcosa di familiare. Questo potrebbe essere l’argomento definitivo in favore dell’attribuzione a Federico della commissione del dipinto che forse progettava di offrire all’imperatore.”
3. Ekserdjian 1997, p. 282: “Come è stato spesso fatto notare – e fu senza dubbio notato casualmente molto prima che fosse registrato in stampa – la figura di Ganimede è citata verbatim – per così dire – da uno degli angeli esultanti che popolano i pennacchi del Duomo di Parma. A parte il fatto che nel dipinto la figura sta volando verso l’alto anziché verso il basso, le differenze sono minime, tuttavia non senza scopo, e sarebbe assai sbagliato accusare il Correggio di indolenza creativa in questo prestito. Il primo cambiamento è che il drappeggio fluttuante dietro Ganimede è reso più sostanziale e più elaborato. Il secondo è che esso è parzialmente sollevato, per mostrare una maggior parte delle natiche del fanciullo, e specialmente la fenditura fra di esse. Infine, e crucialmente, l’espressione viene trasformata in modo che un gaudio estremo lascia il posto ad uno sguardo molto più sottile, pieno di conscia aspettativa. Prendendo a prestito il linguaggio del cinema, si potrebbe parlare di differenze tra una ripresa a campo lungo e un primo piano. Il volgersi del capo, che guarda indietro e in fuori, era uno degli espedienti preferiti dai pittori veneziani della cerchia di Giorgione, e affascinò  particolarmente il Correggio intorno al 1530. Sia la Madonna della scodella sia l’Allegoria della Virtù utilizzano lo stesso motivo, ma qui esso è al suo grado più maliziosamente irresistibile.”
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La tela fa coppia con "Giove ed Io". Ancor oggi è fortunatamente conservata insieme con questa, a Vienna.
L’immagine evoca la storia di un’infatuazione omosessuale, quella di Zeus per il giovane pastore Ganimede, considerato il più bello tra i mortali, rapito da un’insolita aquila rivelatasi poi come l’amante stesso. La ben nota relazione mitologica è visualizzata in termini di favola poetica, derivata dai testi di Ovidio (Ars Amatoria) e Luciano di Samosata (Dialoghi degli Dei) su questioni amorose. In Luciano si ritrova anche la descrizione del paesaggio dipinto dal Correggio.
Il primo accenno a Ganimede si coglie in una "storia delle origini", tramandata dall'oralità greca, e collocata nell'isola di Creta. Anche Platone, cogitando sui costumi di pedofilia dei suoi connazionali, sospirò "ma tutto questo ebbe origine a Creta". Dopo il ratto d'Europa e dopo che il dio ebbe dato ogni dono al figlio di lei, Minosse, che regnava sull'isola, Zeus chiese in cambio il fanciullo più bello di quella terra incantata, per averlo come coppiere sull'Olimpo. Alla perplessità del padre del pastorello il dio rivelò che Ganimede sarebbe rimasto eternamente giovane e che sarebbe vissuto nella dimora celeste. Il ragazzo stesso si dimostrò desideroso di questa sorte, e felice di avere per padrone il Re degli dei (non si dimentichi il costume padronale atavico). Così, dopo un dono di superbi cavalli al padre, Giove rapì in alto il tenero putto. Che il dio si fosse presentato sotto forma di aquila lo si deve probabilmente al poeta Alceo, vissuto nel VII secolo a.C.
L'impaginato correggesco scorre lungo la verticale della tela come in un continuum spaziale, inarcato a grandangolo e ben memore  di una figura volante nel pennacchio di San Bernardo al Duomo di Parma. Le diverse luci, la gamma cromatica raffinatissima, la floridezza atmosferica, il corpo e lo sguardo dolce del fanciullo, risaltati contro la massa scura dell'aquila remigante, concorrono all'ammirazione sconfinata che questa tela - insieme a quella della Io - ha ottenuto nei secoli. L'incanto dell'azione sta pure nel coinvolgimento fisico-tattile dell'osservatore, che si sente partecipe del luogo e del momento attraverso quella comunicazione indicibile che è propria solamente dell'arte del Correggio, e che anche qui si risolve in apparente semplicità, sgorgata dal vero genio. L'andamento scalare ci cinge con naturalezza emotiva: in basso a sinistra il cane entra con noi nel dipinto e chiama, stupito, il suo compagno di giochi; l'inezia finissima dei due fiori (o un fiore e una farfalla) rende tattile l'aria e allude titubante all'amor coniugalis secondo la credenza antica. A fianco un enorme tronco disfatto occupa enigmaticamente il centro della scena, ma ci rimanda più in alto, ancora a sinistra, all'alberello nuovo dalle lievissime foglie che stanno nel cielo (sigla simbolica di una vita trasmutata); e mentre il nostro sguardo si avvolge - come il panneggio rosato - al corpo aereo di Ganimede, improvvisamente ci sentiamo sospesi in quota ondeggiante, altissima sui prati e sui monti lontani. Davvero l'empatìa correggesca non ha pari per vita e animazione: essa si pone - al di sopra del tempo e di ogni scuola - nel raggiungimento più fascinoso dell'arte.
 
Il mito ebbe enorme fortuna nella cultura greca, eppoi nel costume romano, perché dava una giustificazione religiosa all’amore omosessuale. In età rinascimentale divenne un’allegoria dell’ascesa dell’uomo verso Dio. Infatti, in termini umanistici, il ratto di Ganimede può significare il volo dell’intelletto, liberato dai desideri terrestri, verso il cielo delle contemplazione. La tela allegriana è una delle prime immagini rinascimentali di questo soggetto. Sul piano iconologico si potrebbe spiegare come l’unione neoplatonica dell’umanità con la divinità, in contrasto con le passione istintive simboleggiate dal cane uggiolante. Ma la committenza del dipinto, la sua chiara associazione con gli altri amori carnali di Giove, e la lingua vogliosa del rapace, fanno prevalere direttamente il significato erotico.
Rimane la delicatissima e solare invenzione figurativa del Correggio, giocata sulle tenere fattezze del Ganimede in volo, sulla sua fanciullesca ingenuità, sul mirabile giro – continuamente spostato – del punto di vista lungo la verticale della visione, e sui colori eccezionalmente preziosi. La tecnica infatti di sottili, rarissime pellicole di colore conferma la datazione della scena agli stessi anni della Io. La committenza di Federico II Gonzaga - fedele di Carlo V - propone un riferimento tra l'aquila di Giove e l’aquila imperiale asburgica, che non sarebbe da escludere, assegnando al cane proteso il simbolo della fedeltà.   (G.Adani)