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Giove ed Io

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1532-33 c.
olio su tela, 163 x 74
Vienna, Kunsthistorisches Museum

La tela ha in comune con la Danae gli stessi passaggi di proprietà fino all’arrivo presso Rodolfo II di Praga nel 1603.  Nel 1703 è registrata a Vienna dove ancora oggi si trova.
E’ stata quindi anch’essa elogiata Lomazzo nel Trattato (1584) [1] e nelle Rime (1587) [2].
Ma è con il Ratto di Ganimede  che presenta maggiori affinità. Principalmente per il taglio così simile delle due opere, che sembrano impostate per costituire un pendant e per essere viste appaiate. Tuttavia ogni ipotesi sulla destinazione degli Amori di Giove, commissionati da Federico II Gonzaga non ha ancora ricevuto sostegno documentario.
Per la posa arcuata della ninfa Io, rappresentata di schiena, il Correggio si ispirò a prototipi antichi, quali il celebre bassorilievo ellenistico dell’Ara Grimani  dove è rappresentato Cupido che bacia Psiche.
Più in generale la raffigurazione di tergo di una figura femminile in atteggiamento erotico appartiene alla cultura artistica antica .
Ciò detto, i possibili modelli antichi [3] furono sapientemente trasfigurati dal Correggio per creare questa immagine splendida dove l’abbandono della ninfa è funzionale ad accogliere quella che è una delle rappresentazioni più virtuosistiche della pittura del Cinquecento: la nuvola soffice ed eterea in cui si era mutato Giove per sedurre la bellissima Io.
La rappresentazione delle nuvole aveva interessato il Correggio fin dagli anni degli affreschi della cupola di San Giovanni Evangelista e da qui in poi era divenuta quasi una cifra sitilistica della sua ricerca. Rappresentare le nuvole, come del resto la pioggia, l’acqua, i fulmini, era considerata una delle più ambite difficoltà dell’arte.
Alla fine della sua carriera, per quella che forse è in assoluto la sua ultima opera, il Correggio si impegnò ad offrire un saggio della sua maestria. Non solo la nuvola perlacea e evanescente in cui si intravede un volto umano, ma anche un ruscello di acqua limpida in primissimo piano, per circondare il gesto voluttuoso della ninfa di un riverbero di luci crepuscolari.
L’opera ha affascinato moltissimi artisti, sopratutto settecenteschi. Avendo abbandonato l’Italia nel Cinquecento è interessante ricordare come doveva comunque esserne rimasta una memoria se il pittore Pier Francesco Mola ne trasse un bel disegno . [M. Spagnolo]


1. G.P. Lomazzo, Trattato dell’arte della pittura, Milano, 1584: “Per l’eccellenza de’ lumi sono non meno maravigliosi due quadri di mano d’Antonio da Correggio, che si ritrovano in questa città appresso il cavalier Leone Aretino; nell’uno de’ quali è dipinta la bella Io con Giove sopra una nube, e nell’altro Danae e Giove che gli piove in grembo in forma di pioggia d’oro, con Cupido et altri amori, co’ lumi talmente intesi, che tengo di sicuro che niuno altro pittore in colorire et allumare possa agguagliarli; i quali furono mandati di Spagna da Pompeo, suo figliuolo statuario."
2. G.P. Lomazzo, Rime, Milano, 1587: “Te sopr’human pittor nominar posso, / tanto nel colorar fosti primaio. / Ciò mostrar de i duo quadri il solo paio / D’Io e di Danae con l’oro addosso. / L’una di cui per la dolcezza iscosso / con l’atto ha’l volto dal celeste raio / Entro una nube; e l’altra in viso gaio / Con amor gode de l’or c’ha nel scosso. / Questi son tali, che da mortal mano / Non paion pinti ma da man celeste. / E in lodar, lor ogn’un s’adopra in vano. / Ne meno son l’altre opre vaghe e deste,/ Che sono uscite dal Coreggio humano. / Ma fan l’altre del mondo restar meste.”

3. M. Fabiansky, Correggio. Le mitologie d'amore, Milano 2000, pp. 80-2: "In ogni caso, a prescindere dai modelli specifici che possa aver osservato, è da rimarcare come il Correggio abbia superato splendidamente i suoi predecessori e abbia lasciato a gran distanza le immagini pornografiche di Giulio Romano: sia quelle stampate, sia quelle dipinte. L’Allegri rimaneggiò interamente i paradigmi allora utilizzabili e vi aggiunse un verosimile impegno di studi dal vivo: di conseguenza dotò la sua eroina di autentica passione. Ella non esita a ricevere l’amante e la scena – a differenza di tante altre dell’arte centro-italiana, non completamente esplicite grazie al rovesciamento del corpo, - riesce ad allettare e a coinvolgere emotivamente lo spettatore. In questo modo la temperie della visione rimane lipidamente erotica piuttosto che pornografica. Sappiamo che la posa contorta e la visione da dietro stimolano fantasie erotiche e lasciano molto spazio all’immaginazione dello spettatore: questo metodo, preferito dai pittori veneziani a cominciare da Giorgione, fu ignorato dall’esplicito Giulio Romano, per esempio nel suo famoso affresco Giove e Olimpia, dipinto nel Palazzo Te per lo stesso committente.
Il corpo della fanciulla dell’Allegri è di gran lunga più naturale, vivace e allettante non solo di quello della carnosa Venere del Louvre le cui qualità furono probabilmente stimolate dall’Hypnerotomachia, ma anche quello di Danae e di Leda. Insieme alle fonti romane tali caratteristiche parlano a favore dell’ipotesi che anche questo quadro sia stato fatto per Federico Gonzaga. L’effetto potente di questa scena sul voyeur maschile può essere dunque convenientemente descritto con le parole di Lodovico Dolce riferite alla Venere di Tiziano: “se una statua di marmo potè in modo, con gli stimoli della sua bellezza, penetrare nelle midolle d’un giovane, ch’egli vi lasciò macchia, or che dee far questa, ch’è carne, ch’è la beltà stessa, che par che spiri?”. Dunque questo dipinto, abbinato all’ambiguo Ganimede, può davvero aver completato il passionale gioco immaginativo dello spettatore maschile."
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Questa tela, verticale, fa coppia sicuramente con quella di misure analoghe che ritrae la ventura di Ganimede. I due soggetti - l'amore naturale e l'amore omosessuale - si affiancano nel programma gonzaghesco a dichiarare come colui che è il Sovrano possa stare al di sopra delle comuni leggi, ed imitare nella concessione dei favori il sommo dio dell'Olimpo. Laddove per Sovrano può intendersi l'Imperatore  od anche il Duca nel suo territorio; e per favori le proprie prestazioni erotiche.
 
         Nei miti greci la vicenda di Io è narrata in diversi modi, assai complessi, e viene poi semplificata da Ovidio. La ninfa, figlia di un fiume e bellissima, viene notata da Zeus (Giove) che se ne invaghisce, suscitando la violenta gelosia di Era (Giunone). Di qui la solita ricerca di uno stratagemma, o metamorfosi, per condurre il corteggiamento.  L'esplicazione amorosa di Giove dovette trovare un'appassionata corrispondenza nella fanciulla, giacchè il dipinto del Correggio ci fa partecipi di un preciso e ben preparato appuntamento.
 
Ovidio nelle sue Metamorfosi racconta persino che il fiume Inaco si era ritirato sotto terra per piangere il destino della figlia Io. Ella infatti venne sedotta entro una fitta nebbia, o nube, calata improvvisamente sulla terra: la nube celava Giove, così avvolto per occultarsi alla vista della temibile moglie Giunone. Ma il poeta latino a un certo punto fa uscire il dio dalla nube e decrive il consueto inseguimento di un maschio eccitato verso una femmina, che fugge attraverso i boschi frondosi.
Nulla di tutto questo nel Correggio. L'incontro d'amore è convenuto con trepida attesa; l'anfratto è accogliente, presso una giara e una fonte che sono altamente simboliche; la giovinetta è già nuda, pettinata in modo nuziale; il candido lenzuolo è steso sul sedile muschioso; ed è ormai prossimo il giungere dell'amato! Nel dipinto, dallo stretto spazio verticale, si distende la perla luminosa del corpo della Io, mentre tra i rameggi della quercia divina fluttua il vapore della nube e si porta su di lei. Giove non sta semplicemente nascosto, è egli stesso come nuvola, e così la ama.
Mai la potenza e la liricità inventiva di un pittore erano giunte a questo ! L'inesperita, geniale positura della ninfa, di dorso, ci consente di captare il tutto del convegno agognato: il bacio del dio-nuvola, il suo progressivo abbraccio con la mano; l'abbandono di lei che s'allarga e s'inclina al contatto. E' l'incipienza reale di un autentico amplesso, confermato dallo stendersi della ninfa e dalla gioia del suo volto. La musicalità delle linee del corpo di Io, la rarità suprema delle luci e dei colori, il passaggio tra cielo e terra disegnato dal ritmo bianco e finissimo del lenzuolo; la sospensione delle mani e dei piedi di lei; il rorido svaporare della nube, fanno di questa tela semplice un unicum supremamente alto.
 
La storia di Io ha una sommessa continuità: generò Epafo che regnò in Egitto e fu progenitore dei Libi. Fu perseguitata da Giunone, e dopo varie peripezie si inabissò in un mare che da allora prende da lei il nome di "Jonio". Fu poi venerata come dea lunare.
 
Sotto il profilo artistico l’idea di visualizzare amplessi famosi, soprattutto mitologici, era già entrata nell’arte rinascimentale tosco-romana dal primo cinquecento, e solo nel secolo più avanzato apparve in area veneta, ma mai con il tema della Io. La tela del Correggio è la prima rappresentazione di questo soggetto nella pittura europea, capolavoro di assoluta originalità figurativa e compositiva, opera unica per l’intensità dei sentimenti espressi e per il lirismo panico del contesto naturalistico. Il dipinto allegriano si caratterizza così – oltrechè come sublime inedito dell’arte italiana - per l’audace composizione sul chiasma flesso di una sola figura ignuda, vista da tergo; per l’estrema raffinatezza dell’incarnato alabastrino della protagonista, sul quale si stendono mirabili ombre sottili; per il cangiantismo trascolorante dal grigio al viola dell'espansa nube di Giove. Il grande risultato artistico del Correggio fu di immaginare il volto e la mano di Giove fatti di nubi. Lo straordinario fascino della composizione deriva dalla materializzazione misteriosa del vapore atmosferico in contrasto con il corpo di Io, rapita in un’estasi erotica, effettiva e dolcissima. Il fluttuare di questo corpo, quasi disciolto nell'abbandono e intriso di un afflato trepido, rimane per molti il capolavoro pittorico di tutti i tempi.
 
Tutto questo sarà magistrale per Bernini, per Rubens, per l'arte profana dei secoli evenienti: cortigiani, libertini, e romantici.
L’ambiente autunnale e i colori che danno un tono umbratile alla scena sono stati collegati alle vicende personali di Federico Gonzaga, che ne viene considerato il committente. La presenza della cerva dissetantesi alla fonte delle acque, in basso a destra (assente nel testo ovidiano), rimanda invece all’eco biblica dell’anima che anela all’incontro divino. 
Gli elementi formali - dimensione, proporzione, tecnica, alone luminoso e prospettiva - suggeriscono fortemente che l’opera sia stata dipinta nello stesso periodo del Ganimede, e in correlazione con questo.  (G.Adani)