sei qui: Banca dati | Le opere del Correggio | Scheda dell'opera

Leda

ZOOM
1530-31 c.
olio su tela, 152 x 191
Berlino, Staatliche Museen

La tela faceva parte della serie degli Amori di Giove che Federico Gonzaga di Mantova aveva commissionato al Correggio nei primi anni trenta del Cinquecento.
A una data imprecisata passò in Spagna, probabilmente entro la prima metà del Cinquecento. Poco più tardi è registrata negli inventari di Filippo II. Venne quindi venduta all’imperatore Rodolfo II a Praga e fu trafugata come bottino di guerra dagli svedesi.
Nonostante tutti questi spostamenti sembra che niente poté nuocere al dipinto quanto l’evento che accadde negli anni venti del Settecento quando si trovava in Francia.
Allora il figlio del duca di Orleans trovando il dipinto troppo licenzioso e lascivo vi si era scagliato contro con un coltello e aveva irrimediabilmente rovinato il volto della figura di Leda.
L’opera fu quindi restaurata più volte e per avere un’idea di come doveva apparire si può confrontare con la copia  che Eugenio Coxes trasse dal dipinto prima che lasciasse la Spagna. Le differenze più rilevanti riguardano l’espressione e la postura della regina. Il volto era caratterizzato da una chiara ma delicata espressione di piacere, valorizzata dal lieve inarcarsi della testa all’indietro e dal suo piegarsi verso destra. Una posa simile a quella scelta dal Correggio per la ninfa Io  in atto di congiungersi con Giove.
E’ stato notato come invece il restauratore del dipinto volle correggere questa posa troppo lasciva dipingendo un’espressione casta e pudica ed eliminando la seducente torsione della testa che aveva ideato il Correggio.
Nel dipinto sono rappresentati tre momenti dell’incontro fra la Leda e il cigno: a destra il momento in cui la regina, rappresentata come una giovanissima fanciulla , si schernisce e tenta di allontanare il cigno da lei, al centro il momento dell’unione felice fra i due e, sempre a destra, il momento successivo all’incontro quando il cigno vola via e la fanciulla  in atto di rivestirsi lo guarda con un’espressione innamorata e riconoscente.
Mai prima di allora un artista era riuscito a dipingere con tanta freschezza e felicità narrativa il mito di Leda e se, come pare, Correggio trasse ispirazione da alcuni modelli antichi per le pose delle figure femminili [1] si può affermare che la tradizione precedente servì solo come spunto generico e presto trasfigurato, dacché troppo sentita era in lui l’esigenza di cogliere gli aspetti più umani e intimi dell’intensa storia d’amore fra la giovane regina e il cigno [2]. [M. Spagnolo]


1. M. Fabiansky, Correggio. Le mitologie d'amore, Milano 200, p. 112: “Da quanto è stato detto traspira il fatto che almeno tre dei quattro protagonisti principali nella Leda pagano il proprio tributo figurativo alla scultura antica. Il pittore fece riferimento all’antic<hità o direttamente – quando in rare occasioni ebbe accesso ad una statua interessante o ad una replica – o indirettamente attraverso la cerchia di Raffaello e Giulio. La scultura ellenistica forniva agli artisti rinascimentali una riserva di posizioni attraenti che erano abbastanza dinamiche per ravvivare le loro scene. Questi prototipi devono aver reso il dipinto correggesco più interessante per Federico Gonzaga che – come sua madre – apprezzava l’arte antica e si aspettava che i suoi artisti di corte la emulassero.
L’amore sensuale risulta essere il soggetto primario dell’intera composizione della Leda, proprio come avviene nella Io e nella Danae. L’atmosfera erotica è ottenuta non solo dalle azioni e dalle pose – parzialmente derivate dai prototipi centro-italiani – ma ancor di più dalla captazione di quelle realtà sottili che sono i sentimenti delle amate, espressi dai loro gesti e dalle loro movenze. Particolarmente allettanti per Federico Gonzaga e per qualunque osservatore – quasiasi fosse il dolce sorriso della Leda centrale nella versione autografa del Correggio – dovettero certamente apparire la trepida resistenza della ninfa nell’acqua e la nostalgica beatitudine della fanciulla che viene vestita: caratteristiche introvabili nell’arte romana coeva.”

2. Ekserdjian 1997, p. 289-90,: “Dove la trattazione del Correggio differisce da tutte queste è nel mostrare Leda seduta frontalmente, con il cigno fra le cosce. Ella siede comodamente sull’argine muschioso, usando i vestiti abbandonati come telo. Le dita del suo piede destro penzolano nell’acqua, mentre ella con una mano aiuta il cigno ad unirsi a lei, mantenendo l’equilibrio con l’altra. La vellutata morbidezza del suo compagno contrasta in maniera indimenticabile con la calda vita della carne di lei, proprio con quel tipo di effetto in cui il Correggio eccelle. Yeats descrisse un’altra versione del soggetto in termini di stupro, intrattenendosi sul “petto impotente” di Leda, sulle sue “dita vaghe e terrorizzate” e sul “sangue brutale” e “becco insensibile” del cigno. Nulla potrebbe essere più lontano dalla concezione del Correggio: la fanciulla si sta divertendo col cigno dalle dimensioni maneggevoli, ed il cigno con lei.
Leda è al centro della composizione, il che contrasta per questo aspetto con la Danae disposta diagonalmente; un’altra differenza è che qui vi sono molti più elementi sussidiari. Al di sopra della sua spalla sinistra vi sono due episodi aggiuntivi: l’approccio iniziale del cigno, col becco aperto come per parlare, e la resistenza di Leda chiaramente tiepida e speranzosa, poi la sua dipartita e il ritorno di Leda alla normalità mentre la sua ancella l’aiuta a rimettersi le vesti, presumibilmente la stessa ancella che osservava intenta i preliminari. Il suo vestito è dello stesso colore, sebbene anch’ella abbia abbandonato alcuni dei suoi indumenti esterni, specialmente il mantello blu. È stato suggerito che queste figure secondarie siano ancelle di Leda che indulgono in una specie di bizzarra orgia di cigni, avanzando l’ingegnosa ipotesi che i tre musici sull’altro lato, che suonano una lira e due flauti, rappresentino la distinzione fra l’amore divino di Leda e il più vile rapporto delle sue compagne. Se così fosse, il fatto che la stessa fanciulla sia chiaramente rappresentata dal principio alla fine dice poco sulla potenza inventiva del Correggio, e in ogni caso la storia non permette tale interpretazione o infioritura. La cosa peggiore è che una lettura di questo tipo manca totalmente di considerare la cura con cui il Correggio ha espresso la gamma di stati d’animo di una donna innamorata, quando questa è la preoccupazione del ciclo nel suo insieme. Ad un occhio moderno, la bellezza fanciullesca, quasi adolescente, delle donne ideali del Correggio può essere altamente attraente, ma il fatto ancora più importante è che esse sono dotate di una vera personalità.”
____________________________________________________________________________________________________________
 
Secondo alcuni studiosi questa è l'ultima tela tra gli "Amori di Giove", e sarebbe l'ultima opera dipinta dal Correggio. Abbiamo tenuto il commento sulla Leda come conclusivo aderendo a questo indice, ed anche in relazione al tema pittorico. Infatti la Io e il Ganimede si svolgono nel singolare formato stretto e alto - forse visioni destinate ai lati della finestra della stanza di Ovidio  (o alcova) nel Palazzo del Te - e si concentrano sostanzialmente in una sola figura protagonista, sulla quale vibrano le pulsazioni emotive profonde. Ma la vicenda di Leda - di contro - è largamente narrativa (ecfrastica, direbbero gli esegeti del Metamorphoseion Libri XV di Ovidio), popolata, intavolata entro una natura lussureggiante, gioiosa della libertà dei nudi, e soprattutto debordante di felicità. In questo essa corona precipuamente, con tutta la ricchezza dei costitutivi, la fluviale e meravigliosa stagione allegriana.
 
La tela raffigura Leda, moglie di Tindaro Re di Sparta, sulle rive del fiume Eurota, che accoglie in grembo Zeus in forma di cigno. Nel quadro sono presenti varie fasi: il corteggiamento, l’accoppiamento e il commiato. Il mito è stato rielaborato secondo la tradizione amorosa rinascimentale basata su testi antichi e sulla loro interpretazione moderna.  Il pittore vi ha riversato una compositio tutta personale, ondosa, sinfonica, variegata di contrappunti solenni e sinestetici, luminosa di colori, e trinata di sorrisi. Se nelle Allegorie il Correggio era stato capace, da par suo, d'inarcarsi a tenzone iconografico con il platonismo cerebrale ed etico di Isabella (pieno di nostalgia "iperuranica" per l'Accademia fiorentina), qui il nostro pittore si misura, molto più congenialmente, con il sensismo del figlio, Federico II Gonzaga, ben più votato ai temi prensili della voluttà.
 
Sulla Leda, su questo quadro teatrale multiplo, occorre spendere qualche parola di ante-factum e di post-factum, che sono utili alla comprensione. 
L'antefatto dice che Leda, figlia Testio, re in Etolia, era la giovane sposa di Tindaro (o Tindareo), re di Sparta. Fanciulla di stirpe regale godeva dei privilegi del suo rango, era circondata da ancelle, aveva la libertà di recarsi spesso al fiume Eurota per i suoi lavacri preferiti. Non dimentichiamo la forte cultura fisica degli spartiati, esercitata anche dalle ragazze, e non dimentichiamo che i bagni nel fiume avevano sempre un aspetto sacrale (il fiume stesso era un dio). In seno all'antefatto dobbiamo porre - d'altra parte - la disinvolta prefenza di Zeus anche per giovani spose, senza troppi problemi nei confronti dei relativi mariti: non era forse un privilegio avere il Re degli dei come amante della propria sposa? e non era forse un onore per una sposa essere prescelta da un dio?
Il fatto centrale rimane la serie dei messaggi di Giove a Leda, e il forte innamoramento di lei per il nume, sempre atteso - secondo la mentalità greca - sotto le sembianze misteriose di un travestimento.
Il post-factum, che anticipiamo, dice che Leda nel pomeriggio si accoppiò con Zeus sotto forma di cigno, e alla sera con suo marito Tindaro: ne risultarono due uova ben fornite, che nacquero da lei simultaneamente, lasciando gli enigmi tra le due paternità. In un uovo stavano due splendidi maschietti, Càstore e Pollùce (i Dioscuri), e nell'altro due bambine meravigliose (e fatali), ossia Elena e Clitemnestra. Tutti questi figli ebbero larga parte in altri miti, e si può concludere dicendo che l'amore di Leda e Zeus fu il più romanzesco, e "storicamente" il più importante.
 
Il ductus del quadro è multiforme, giacchè l'artista ha risolto il problema del racconto ricorrendo alla ripetizione del personaggio principale: Leda appare tre volte, cosicchè la lettura visiva, come indicava Eugenio Battisti, non può che iniziare dal corteggiamento. Ogni giorno Leda va al fiume con le ancelle, si bagna, e rimane in attesa dell'amato. Siamo all'estrema destra del quadro: un giorno le si avvicina un piccolo cigno con aria arrembante; la giovinetta, dal tenero corpo adolescenziale e dai capelli d'oro, dapprima ignara si schermisce, ma poi l'intuizione meravigliosa prevale  ed ella percepisce l'amante divino. Il gioco si trafigura: ardente di letizia Leda porta tra le sue braccia il piumoso palmipede, si siede sotto la quercia colossale (l'albero sacro a Zeus) e si apre agli ardori del dio. La giovane sposa è completamente nuda, le sue vesti si stendono dietro di lei giustapposte alle ali del cigno e nel rorido invaso si compie l'amplesso. Mai un dipinto era stato più esplicito, e mai così tenero e dolce, ricolmo di poesia. Ad accompagnare tanto amore, delibato coi sensi e con l'anima, s'alza una musica: Cupido adolescente vibra dalla sua lira un epitalamio lieve, che due amorini premurosi s'ingegnano a contrappuntare coi pifferi. Ma è il silenzio imeneico che domina l'abbraccio soave, e che par sovrastare la musica, signora dell'eros.
La terza scena si colloca tra le prime due, ed è il ritorno al fiume di Leda che completa l'abluzione, mentre il cigno gentile si diparte a volo. Ed ella lo saluta con ridente affetto, lo segue con lo sguardo, lo assicura che lei, ogni giorno, sarà sempre lì.  Con tale dispiegamento pittorico il Correggio ha creato ancora una volta un'azione viva, partecipata, vibrante. Una realtà, riversata in pittura.
. Il Vasari, che ammirò la tela a Mantova, fu colpito dall'incantevole fattura del paesaggio  ("era in un paese mirabile, che mai nessun lombardo facesse"), dai capelli della giovane donna ("con infinita pulitezza sfilati e condotti") e dall'acqua del fiume toccata dal piede destro di Leda ("chiarissima e limpida…..con quella candidezza e dilicatezza che faceva agli occhi compassione a vedere"). E Vasari fu il primo a rimarcare le superbe capacità dell'Allegri come pittore della natura. Davvero questo paesaggio si pone di per sé come un paradigma straordinario, di forme, colori e profondità, e di un'invenzione tale da giungere sino alla licenza di sagome astratte, ma quantomai teatrali. Le annotazioni concomitanti portano a dire che  le  querce sullo fondo furono scelte in quanto alberi sacri a Giove: da esse il gran dio dava responsi ai mortali; da esse aveva mandato i primi messaggi alla giovane regina; ma la quercia, presso tutti i popoli, indicava divinità, ospitalità, e soprattutto comunicazione fra cielo e terra.  Infine un pensiero letterario ai tre Cupidi, chiamati a produrre la musica: semanticamente essi sono l’accostamento ideale per gli amanti, come si legge appunto in Ovidio, giacchè è la musica che perfeziona ogni affetto.
 
E' attraente l'idea che la Leda fosse pensata come pendant della Danae per il medesimo ambiente: a qualcuno sembra che il volo del cigno sulla destra si diriga verso il paesaggio che si intravede dalla finestra della torre dove è rinchiusa Danae.
 L’opera è l’unica degli "Amori di Giove" dipinti dal Correggio che risulti nell’inventario del 1598 nelle collezioni di Filippo II di Spagna. Fu acquistata da Rodolfo II d’Asburgo nel 1603-04, poi pervenne a Parigi nelle collezioni del duca d’Orleans dove subì un attacco d’ira per la scena erotica troppo esplicita, ma fu restaurata dai premurosi pittori francesi.   (G.Adani)