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Venere, cupido e un satiro

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1527-28
olio su tela, 190 x 124
Paris, Musée du Louvre

Come l’Educazione di Cupido, anche per questa tela la provenienza più antica che si conosca è stata  rintracciata da Guido Rebecchini nell'inventario del tardo Cinquecento del conte mantovano Nicola Maffei. Insieme al suo pendant fu acquistata da Carlo I d’Inghilterra ma dopo varie vicissitudini passò alla collezione Mazzarino e quindi al re Luigi XIV e più tardi alla sua sede attuale.
Esiste uno splendido disegno preparatorio  a matita rossa per la figura della Venere addormentata che sembra suggerire che il Correggio abbia studiato questa figura dal vero.
Il soggetto era piuttosto comune nel Cinquecento, probabilmente derivava dalla descrizione di un bassorilievo che ornava una fontana presente nella Hypnerotomachia Poliphilii di Francesco Colonna e dall’incisione che accompagnava quel testo.
Rispetto ai possibili modelli, il dipinto del Louvre spicca per essere al tempo stesso meno volgare e più seducente. La sensualità della Venere addormentata è valorizzata dalla posa arcuata del suo corpo su cui si riverbera la calda luce del crepuscolo, ma la presenza del paffuto cupido che riposa sereno al suo fianco, sfiorandole una coscia, così come l’espressione dolce del satiro-fanciullo che spia la scena, rendono l’immagine molto più fresca e dolce rispetto a lavori simili che forse il Correggio poté aver conosciuto [1].
E’ un fatto che il dipinto conobbe una grande fortuna, fu studiato da Taddeo e Federico Zuccari ed ebbe l’onore di comparire nella galleria ideale di Apelle dipinta da Willem Van Haecht. [M. Spagnolo]


1. M. Fabiansky, Correggio. Le mitologie d'amore, Milano 2000, p. 62: “L’atmosfera sensuale che permea questa scena è molto più intensa non solo in confronto con quella delle stampe di Caraglio e di Raimondi, ma anche con l’Educazione d’Amore, l’Offerta a Venere e gli Andrii. La soffice luce leonardesca combinata con lo studio della tenera espressione del viso dei personaggi dell’Allegri rende questo dipinto erotico unico nel Rinascimento italiano, solitamente intento a inventare nuove pose per i protagonisti piuttosto che a studiare i loro sentimenti. A differenza di Tiziano e di altri pittori veneziani, attenti a emozioni più sottili, il Correggio scelse di dare una nota calda e fremente all’evento mitologico. Egli sottolineò con audacia, o contrappunse, la visione provocante della sua Venere con la figura del dio caprino eccitato.
Il successo del dipinto risulta dalla modifica ingegnosa della scultura ellenistica, così come descritta dagli scrittori rinascimentali, aiutata dalla magistrale conoscenza che il maestro emiliano aveva sia delle opere d’arte antiche sia di quelle rinascimentali.”
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E' la seconda tela che fu accolta nella casa di Nicola Maffei a Mantova, eppoi nella "celeste galeria" dei Gonzaga. Il rapporto ideistico con il dipinto precedente non risalta al primo sguardo, e tuttavia ritornano le presenze di Venere e del figlio, insieme a quel premere delle figure verso il primo piano, come se il loro terreno d'appoggio - lo annota Ekserdjian - fosse quasi sotto i nostri stessi piedi. Forse il legame concettuale risiede nell'acquetamento degli impulsi sensuali, dapprima espresso attraverso la "educazione" ed ora attraverso il sonno. Ma - per intimo contrasto - in questa tela compare la concezione visiva più tumultuosa e più intrinsecamente dialettica che il Correggio abbia eseguito.
L'antinomia è palese: madre e figlio, i quali incarnano l'erotismo, si sono assopiti totalmente nudi - appena sopravvelati dall'ampio drappo azzurro - e tali appaiono non appena il Sàtiro voglioso (forse Pan) silentemente li scopre. I loro corpi diventano così una vampa provocatoria di libido immediata, sia per l'essere boschereccio che rapido si cela il membro eccitato, sia - ed è la mira del pittore e del committente - per gli umani riguardanti.  Eppure le due divinità dormono. Il loro deliquio nel regno dei sogni le pone inerti, lontane. Esse non agiscono e non parlano, cosicchè la lettura semantica si sposta ai lidi concettosi, alle ambagi esegeticamente esplorabili.
 
Questa scena si ritiene derivata dalla descrizione di un bassorilievo sopra una fontana, ritrovabile nella Hypnerotomachia di Francesco Colonna (1499), e dalla incisione su legno che, nel medesimo libro, vuole rappresentare Madre Natura.  Le idee figurative di Francesco Colonna, infatti, provenivano dalla letteratura antica o dall’osservazione di rilievi scultorei presenti in Roma, e non erano ignote al Correggio.
L’atmosfera innegabilmente lasciva inviterebbe a lèggere la scena come un’allegoria delle potenze progenitrici della natura e dei piaceri dell’amore carnale. L'idea della forza terrestre onnipervasiva sembra essere il soggetto principale del dipinto. Infatti da sotto il lenzuolo, sul quale sono sdraiati Venere e Cupido, spunta una torcia accesa, le cui fiamme sono rivolte verso l’alto: simbolo dell’amore non sopito, e assai temibile. La pelle del gran leone sulla quale dormono Venere e Cupido può rappresentare - al contrario - il concetto astratto della fortezza temperante, anche perché le frecce della faretra pericolosa sono immobili, e l'arco è ben custodito dalla dea madre.
In questo modo la mentalità umanistica della concordia discord poteva trovare gli agognati e perenni argomenti del dissidio intellettuale più raffinato.
E se l'Educazione di Amore si riferiva alla fulgida dea come portatrice di alti sentimenti positivi (Venere Celeste), così questa tela affiancante
- quale imprescindibile compimento di una cultura tutta rinascimentale, pienamente vissuta dal Maffei - è dedicata all'insorgere dell'eros come dono universale, egualmente offerto dalla Venere Pandemia, ossia da una potenza divina che non dimentica alcuno.
 
Rimane lo splendore del dipinto. Al modo del Correggio maturo la composizione è apparentemente semplice, ma in realtà estremamente complessa, continuamente ingegnata su diagonali, scorci e rimandi (si notino i giri uncinati delle braccia), e impostata per la visione dall'alto, come se noi osservatori fossimo un altro sàtiro! Rimane la genialità dell'invaso boschivo che raccoglie i protagonisti in un recesso umbratile, che si rivela arioso e profondo, ricchissimo di germinazioni vegetali; e non si trascurino quei funghi agognabili, cibo degli Immortali.
Rimane l'estrema felicità solare dei corpi sontuosi. La sinfonia di calore-luce del corpo di Venere sfocia nel respiro madido della bocca semiaperta, ove quasi si coglie il soffio dell'alito. E al molle Cupido, per pienezza sensuosa, l'allegro Antonio dona un sedere badiale, espanso e cosmico, come augurio spumeggiante di infinita fortuna.   (G.Adani)