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Educazione d'amore

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1527-28
olio su tela, 155 x 92
London, National Gallery

Insieme alla Venere con cupido e un satiro oggi al Louvre, quest’opera si trovava nel secondo Cinquecento nella collezione privata del nobile mantovano Nicola Maffei. E’ molto probabile che uno dei membri della famiglia Maffei avesse commissionato i due dipinti che giunsero poi, entro il primo Seicento, presso la famiglia Gonzaga, con cui i Maffei erano in stretti rapporti.
Nel 1628 l’opera lasciò l’Italia per entrare nelle collezioni di Carlo I d’Inghilterra.
Poiché la tela è inferiore di 30 centimetri in altezza e in larghezza rispetto al suo pendant oggi al Louvre, si suppone che possa essere stata decurtata [1].
I due soggetti mitologici, i primi che il Correggio abbia dipinto per opere da cavalletto (escludendo appunto gli affreschi della Camera di San Paolo) e la fitta trama di citazioni dall’antica che esibiscono presuppongono comunque un committente di cultura elevata in grado di apprezzare stile e soggetto dei due lavori.
E’ stato infatti notato come la figura di Venere richiami prototipi antichi quali la Venus pudica forse studiati sulla suggestione offerta dalla perduta Leda  di Leonardo da Vinci, che già aveva ispirato la figura del re moro  dell’Adorazione dei Magi di Brera. La posa di Mercurio parrebbe invece suggerita da quella della Sant’Anna  del cartone di Leonardo da Vinci.
A differenza della sua compagna oggi al Louvre, che esibisce uno scoperto erotismo, quest’opera mantiene un tono dolce e un po’ naif, come si addice alla scena rappresentata, l’educazione del piccolo Cupido. Un disegno preparatorio  per il giovane dio intento ad imparare a leggere si conserva al British Museum.
Una copia eseguita da Girolamo Mazzola Bedoli dimostra la precoce fortuna del dipinto ma nelle evidenti differenze fra copia e originale si avverte come il lavoro del Correggio, pervaso di quella sua felice vena narrativa capace di rendere semplici e quotidiane le storie della mitologia classica, appartenesse a una stagione già passata, a quel soave rinascimento padano di cui Mantova era uno dei centri più vivaci e innovativi. [M. Spagnolo]
 

1. M. Fabiansky, Correggio. Le mitologie d'amore, Milano 2000, p. 27: “Dato che la gamba sinistra di Mercurio è posta fuori dall’orlo della tela, così come l’ala destra di Venere, sembra che il dipinto sia stato tagliato almeno su questi due lati. Se così fosse, la composizione era provvista originariamente di margini più ampi, il che la rendeva meno compressa di quanto appaia oggi. Tutte le figure occupano una stretta striscia di terreno quasi spoglio, come una scena di teatro. Il piano è tempestato di erbe fini qua e là, e termina con una collinetta coperta di erba secca, su cui Mercurio è seduto. Visto nettamente dall’alto, il terreno si ritrae in modo ripido. Il punto di fuga, tuttavia, non è elevato: si trova probabilmente da qualche parte nel centro della tela, il che aumenta la visione di grandangolo. Questo suggerisce un rapporto serrato; i personaggi appaiono imminenti di fronte allo spettatore. Perciò la scena intima sembra essere stata concepita per una osservazione da vicino, e probabilmente la tela era appesa non troppo in alto in una stanza privata, piuttosto che in un’ampia sala. Correggio adottò una visione di grandangolo simile ne Il Giorno, commissionato nel 1523, ma dipinto probabilmente soltanto nel 1527 e all’inizio del 1528 a Parma. Così si può supporre che questa Educazione d’Amore debba essere datata al 1527-28 piuttosto che precedentemente.”
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La scena raggruppa strettamente tre figure della mitologia greca, coinvolte in un raro compito pedagogico. Ogni aspetto di questo dipinto ha una valenza simbolica di compiacimento culturale, riferibile al clima umanistico italiano da tempo impegnato nella dialettica sulle valenze umane e spirituali dell'amore. La tesi concettuale parte dal piccolo Eros-Cupido, posto al centro, qual numinoso fanciullo capace di colpire con le sue frecce qualunque persona e di accendere in essa un' irrefrenabile passione amorosa, spesso causa di negative conseguenze.  Ed ecco la presenza della madre, nella sua prima natura di Venere celeste, divina, intelligente, provvidente, la quale - come donatrice dell'impulso erotico - deve altresì temperarlo e indirizzarlo al bene. Ella è ben conscia della irragionevolezza del piccolo figlio, dotato di poteri travolgenti, e decide di passare dalla tradizionale punizione post factum alla ben più utile educazione preventiva. Ha scelto Mercurio come insegnante, in quanto dio onnipresente, alato, portatore dei voleri di Zeus, astuto conoscitore di ogni cosa. E nella lucente tela correggesca vediamo l'avvìo delle perigliose lezioni.
Venere alata, con le piume azzurre, ha tolto l'arco dalle mani di Eros e trattiene il figlioletto presso il maestro. La sua nudità è totale, magnificente, uscita dal manto purpureo; la sua posa mossa, flessa e contrapposta, è studiata magistralmente e viene vivificata dal gioco delle ombre e dalla smagliante luce sul petto. Ella ci guarda, rimarcando presso di noi l'importanza della sua decisione didattica, quasi a coinvolgerci nel monito avvertibile circa le intemperanze di Amore, e sorride compiaciuta. Mercurio è a sua volta nudo, soltanto ricinto dalla vitta  azzurra, e indossa i propri attributi specifici: gli alari ai piedi, per volare, e il pètaso  come copricapo, anch'esso aligero. In questi due elementi il Correggio esibisce la sua prodigiosa capacità inventiva di cesellatore e di poeta dell'oro, tanto da elevare al massimo - qui - l'ammirazione di ogni riguardante, alla pari della bellezza dei capelli aurati dell'Eros.
Mercurio introduce il dio-bambino alla lettura dei precetti che devono ordinare i sentimenti, ma Cupido tentenna, tra diligenza ed impazienza, dondolandosi birbantello sulle piccole gambe, già pronte all'infantile svicolarsi. Nelle sue alucce si raccolgono i colori degli dei che lo istruiscono, ma il loro fremere già prelude, nel battito, all'abbandono dell'apprendimento e al ritorno ai liberi capricci.
Un dipinto moraleggiante e didascalico, senza dubbio, ma di respirante disincanto e felicità. Una composizione raccolta nel magnifico silenzio del bosco, rorido di cortecce, muschi e finissime erbe, ma connotato da un desiderio di cielo, come si comprende dalle varie ali qui predisposte, e dalle luci che filtrano. Una meditazione sui cànoni degli affetti, ma insieme un inno alla tattilità dei corpi. (G.Adani)