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Sant'Antonio abate

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1517-8 c.
olio su tavola, 49 x 32
Napoli, Galleria Nazionale di Capodimonte

Fu Adolfo Venturi, nel 1901, a ricondurre alla paternità del Correggio questo piccolo dipinto, chiaramente destinato a rispondere alle richieste di una devozione privata. La tavoletta si trovava nella Sagrestia dei padri Gerolamini a Napoli e recava una significativa attribuzione ad Andrea da Salerno, un artista attento alla lezione leonardesca. In effetti la conoscenza di Leonardo sembra fondamentale per comprendere il dipinto di Napoli sia per quanto riguarda l’uso della luce e del chiaroscuro già asserviti a quella “poetica dello sfumato” inaugurata dal maestro toscano, sia per la sapiente resa dei "moti dell’animo".
Il santo eremita è raffigurato con un ardito close up che elimina ogni dettaglio narrativo e ogni specifica relativa all’ambientazione (sintetizzata da pochi elementi appena accennati dietro alla figura del santo). I suoi attributi sono ridotti solo alla semplice, luccicante campanella posta in posizione principe al centro del quadro. Tutto il dipinto si riduce quindi all’espressione del volto, dacchè persino il gesto del santo appare volutamente bloccato, quasi che le sue mani fossero legate l’una all’altra. Lo sguardo quasi impaurito e le labbra dischiuse fanno di questo sant’Antonio una figura fragile e sofferente, colta nella sua intima solitudine e nella sua commovente umanità. La luce, che si riverbera sulla sua fronte e che gioca a creare un brillante effetto di cangiantismo sul suo mantello arancio, non fa che accrescere la pregnanza espressiva del suo volto sconfortato. E’ stato notato come il Sant’Antonio sia vicino al San Leonardo dei Quattro santi  e si può aggiungere che lo studio approfondito che il Correggio dedicò alla sua espressione rappresentò probabilmente un precedente per la figura del Cristo sofferente nel più tardo Ecce homo .

Il soggetto è stato letto alla luce dei rapporti del Correggio con l’ambiente benedettino cassinese [1]. [M. Spagnolo]


1. Muzzi- Di Giampaolo 1993, p. 40: “Questa tavola si inquadra inoltre all’interno degli interessi patristici dell’ambiente benedettino cassinese, se come è stato supposto (Muzzi 1982) la rappresentazione frequente di padri eremiti nell’attività del Correggio testimonia un’adesione a riflessioni di tipo religioso: il santo qui rappresentato era infatti un grande anacoreta i cui detti sono riportati da Cassiano, monaco e scrittore contemporaneo di San Gerolamo, nelle Collationes, un testo raccomandato dalla Regola e molto letto nell’ambiente di San Benedetto Po.”