sei qui: Banca dati | Le opere del Correggio | Scheda dell'opera

Cristo giovane

ZOOM
1510 c.
olio su tavola, 42,6 X 33,3
Washington, National Gallery of Art, Kress Collection

Riscoperto solo nel primo Novecento, questo dipinto é entrato nella collezione Kress nel 1957. Non si hanno testimonianze né documentarie né letterarie riguardo alla sua storia precedente, tuttavia, per via puramente stilistica, é oggi unanimemente riconosciuto come opera del Correggio. Cecil Gould ha giustamente notato una forte somiglianza fra i tratti del volto del Cristo giovane e quelli del San Giovanni Battista della pala di San Francesco . Anche per questo si ritiene un'opera giovanile, eseguita entro il secondo decennio del Cinquecento, a mio parere precedente rispetto alla pala di San Francesco.
Il titolo che in genere si dà a quest’opera non tiene conto di quello che in realtà rappresenta il suo fulcro artistico e narrativo: il gesto e l’espressione della figura del Cristo. Infatti non si tratta di una semplice raffigurazione di Cristo giovane ma di Cristo giovane in atto di spiegare le Sacre Scritture. L’espressione del volto, con le labbra dischiuse e lo sguardo rivolto con dolcezza ma anche con intento chiaramente persuasivo verso l’osservatore, e il gesto della mano destra che si apre in uno scorcio ancora incerto in atto dimostrativo, alludono all’episodio evangelico della disputa al tempio. Il Cristo giovane, allontanatosi da Giuseppe e Maria, si era recato al tempio di Gerusalemme e qui, dopo estenuanti ricerche, fu ritrovato dai genitori, intento a disputare con gli scribi.
Il soggetto della Disputa di Gesù al tempio godeva di una certa fortuna nella pittura italiana del primo Cinquecento, particolarmente in area veneta e lombarda . Anche Dürer nel 1506 si era misurato con questo tema in un’opera celeberrima dove aveva ostentando la sua maestria a rendere i diversi "moti dell’animo" del Cristo e degli scribi attraverso la gestualità delle mani e l’espressione dei volti. Proprio quando Dürer dipingeva quest’opera a Venezia, Isabella d’Este a Mantova chiedeva insistentemente a Leonardo di dipingere per lei “una figura di un Cristo giovinetto de anni circa duodeci che seria di quell’età che l’haveva quando disputò nel tempio”. Non sappiamo se Leonardo eseguì degli studi preparatori per questo dipinto di cui non è rimasta alcuna traccia. Ma è possibile che la scelta ardita del Correggio di rappresentare la sola figura del Cristo piuttosto che l’intera scena della Disputa, coinvolgendo così gli osservatori che vengono a trovarsi nella privilegiata posizione degli scribi intorno al Cristo, avesse qualcosa a che fare con la storia di questa commissione [1] [2]. [M. Spagnolo]


1. Shearman 1995, p. 36. Da “Altri studi di Leonardo, ora considerati perduti, possono spiegare il notevole Cristo fra i dottori del Luini a Londra; come disse Jacob Burckhardt un secolo fa, il Cristo dodicenne non è a loro che insegna, ma a noi. Prima del Luini, sul 1515, il giovane Correggio aveva dipinto Cristo giovinetto, pure nell’atto di insegnare, in un altro quadro ora a Washington; a prima vista si direbbe che lo spettatore assorba tutta l’attenzione di Cristo, ma se osserviamo il suo sguardo ci accorgiamo che alle nostre spalle stanno altre persone, un gruppo di dottori a cui egli insegna e fra i quali possiamo annoverare noi stessi.”
2. Spagnolo 2005, p. 18: “La coincidenza tra il Cristo Giovane di Washington e il “Cristo giovenetto” che la marchesa commissionò a Leonardo merita qui di essere almeno brevemente richiamata.
Qualche anno dopo che Leonardo aveva lasciato Mantova, Isabella d’Este dimostra di desiderare a ogni costo una sua opera. Alla commissione del proprio ritratto, che l’artista aveva iniziato a dipingere a Mantova e a cui ancora lavorava a Venezia nei primi anni del Cinquecento, ella affianca la richiesta di un “quadretto della Madonna devoto e dolce com è il suo naturale”. Tre anni dopo, nel maggio 1504, rinunciando ormai a quel ritratto che evidentemente Leonardo non si decideva a completare, la marchesa opta per un soggetto assai più preciso: “uno Christo giovenetto de anni circa duodeci, che seria di quella età che l’haveva quando disputò nel tempio, et facto cum quella dolceza et suavità de aiere che aveti per arte peculiare in excellentia”.
All’iconografia tanto tradizionale quanto vaga che prevedeva “un quadretto della Madonna”, si sostituisce ora una richiesta ben più articolata: un “Cristo giovinetto” che la sua scrittura associa all’episodio della Disputa al tempio. Contestualmente, la sbrigativa definizione di “devoto e dolce”, che forse a Leonardo sarà apparsa superficialmente generica, si trasforma in una felice notazione sullo stile del maestro che chiama in causa l’“aiere” delle figure, tema caro alle ricerche del Vinci e particolarmente adatto alla richiesta di un dipinto di devozione privata quale questo che interessava a Isabella.
Queste precisazioni, seppure timide al confronto delle estenuanti istruzioni iconografiche che la stessa committente si era permessa in tante altre, diverse, occasioni, riguardano quindi lo stile e l’iconografia dell’opera. Le parole di Isabella chiariscono bene che ella aspirava a ottenere un saggio della maestria di Leonardo “in quello stile dolce e soave” per cui l’artista era celebre e non voleva la rappresentazione della “Disputa di Gesù al tempio”, iconografia più tradizionale seppure non tanto diffusa, ma – soltanto- l’unica figura del Cristo fanciullo. Stile e soggetto erano in realtà due motivi strettamente intrecciati, almeno in questo caso: infatti, per quanto le qualità della dolcezza e della soavità fossero appropriate a ogni rappresentazione del Cristo fanciullo, non c’era migliore iconografia in cui un’artista potesse esprimere la dolcezza del suo atteggiamento come quella della disputa al tempio.
Proprio puntando su questo valore, appena due anni dopo le richieste di Isabella a Leonardo, Dürer aveva ideato il suo Cristo tra i dottori accentuando il contrasto tra l’atteggiamento pacato e dolcissimo del Cristo fanciullo e il fare nervoso e aggressivo dei vecchi dottori accalcati attorno a lui. Forse, come è stato ipotizzato, Dürer si era basato su un modello di Leonardo. Tuttavia la sua affascinante “opera di cinque giorni” non avrebbe soddisfatto le esigenti richieste di Isabella che desiderava, infatti, la sola figura del Cristo in un atteggiamento che magari potesse serbare la memoria di quell’evento evangelico cui aveva fatto riferimento, ma senza le figure dei dottori.
Non sappiamo se Leonardo eseguì questa commissione, ma ciò che è importante è constatare la rarità di un soggetto di questo tipo nell’arte lombarda del primo Cinquecento. Evidentemente, come era suo solito, Isabella aspirava a “mai fare cosa prima facta da altri” e la sua richiesta, che in ultima analisi obbligava a concentrare sull’espressione e sulla gestualità di quell’unica figura tutto il significato del dipinto, non era così banale come potrebbe sembrare. È quindi di elevato interesse il fatto che uno dei rarissimi esempi che avrebbero potuto esser graditi alla marchesa sia un’opera – o forse addirittura due opere – del Correggio. In questi due dipinti, datati per via stilistica ai primi anni dieci, è raffigurato un Cristo giovinetto che tiene tra le mani un libro, come si conviene all’iconografia richiamata da Isabella, e guarda l’osservatore con un’espressione dolce e tenera ma – anche – chiaramente persuasiva, come si addice all’episodio evangelico della disputa al tempio. Nel dipinto oggi a Washington sono la presenza del libro ma soprattutto l’espressione del viso e la gestualità della figura, sintetizzata nella mano destra, raffigurata in uno scorcio ancora incerto ma già di sapore leonardesco, a permetterci di cogliere un’allusione alla storia della Disputa. Per quanto la figura dipinta dal Correggio non sia precisamente quella di un dodicenne, questo singolare Andachtsbild rappresenta la traduzione visiva più fedele al desiderio di Isabella che oggi si conosca. Esattamente come le parole di quest’ultima menzionavano la storia della Disputa, quasi en passant, senza chiederne una rappresentazione esplicita, così il dipinto del Correggio concentrava tutta l’attenzione sulla figura del Cristo e sulla sua espressione, sfiorando, senza raccontarlo, quell’episodio evangelico. È possibile, come è stato supposto, che il Correggio si fosse ispirato a un perduto modello di Leonardo, ma, al di là di ogni ipotesi, ciò che più conta è che l’immagine, e fors’anche la genesi, del Cristo Giovane di Washington difficilmente si potranno comprendere a prescindere dalla storia della commissione del Cristo giovanetto da parte di Isabella a Leonardo da Vinci.”
_______________________________________________________________________________________________________________
 
Il Cristo giovane di Washington è un nitido acuto leonardesco, di entusiasmante sicurezza nel primo piano immediato e nella bellezza femminea del Gesù, riccioluto e biondo. E pare un'intromissione repentina alla richiesta che Isabella d'Este aveva rivolto all'autore del Cenacolo per avere dalla sua mano venerata "un Cristo giovinetto, di dodici anni circa….", che non ebbe mai. Il Correggio non scelse il momento adolescenziale della disputa nel tempio con i Dottori della Legge, ma probabilmente quello riportato nel vangelo di Luca (4, 14) quando Gesù legge ad alta voce il libro di Isaia nella Sinagoga di Nazaret  ("lo Spirito del Signore è sopra di me, lo Spirito del Signore mi ha consacrato, e mi ha inviato a portare il lieto annunzio ai poveri") e agli astanti dichiara "oggi questa profezia si è avverata", rivelandosi così come il Messia. Un salmo biblico gli proclama "Tu sei nel fiore della tua giovinezza……sei il più bello tra i figli degli uomini".In questo modo, già all'inizio della sua carriera, il Correggio affronta direttamente il Volto di Cristo, replicandolo anche in un analogo soggetto, ora in collezione privata, ove Gesù mostra aperto il testo davidico del Dixit Dominus.          (G.Adani)