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Matrimonio mistico di Santa Caterina, con i santi Francesco Anna e Domenico

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1510 c.
olio su tavola, 27,8 x 21,3
Washington, National Gallery of Art, Kress Collection

E’ questa la prima prova del Correggio su un tema, il Matrimonio mistico di Santa Caterina, che lo interessò svariate volte nel corso della sua attività.
La piccola tavola fu accreditata come opera del Correggio da Giovanni Morelli nel 1875 quando si trovava nella galleria Constabili di Ferrara, dove peraltro alcuni studiosi avevano già suggerito potesse trattarsi di un lavoro giovanile dell’artista. Questa attribuzione ha avuto una tenuta pressocchè costante, salvo rare eccezioni (Hagen e Bodmer). Nel 1932 il dipinto raggiunse la collezione Kress e quindi nel 1941 fu collocato nella sede attuale.
Viene considerata una delle primissime opere che si conoscano del Correggio ma anche una delle più riuscite fra i lavori di piccolo formato.
Dal punto di vista iconografico il dipinto combina due diversi soggetti, la Sant’Anna Metterza e il Matrimonio mistico di Santa Caterina. La presenza dei due santi maschili, che si riferiscono all’ordine dei francescani e a quello dei domenicani, deve probabilmente leggersi alla luce di precise richieste della committenza. Almeno due dettagli avvicinano questo piccolo dipinto ancora un po’ naif alla grande e impegnativa pala della Madonna di San Francesco, di qualche anno posteriore. La posa della figura del San Francesco con il ginocchio sinistro che sporge dalla tunica, che tornerà nella figura di Sant’Antonio da Padova della celebre pala  e la raffigurazione a monocromo ocra nel basamento del trono della Vergine. In questo caso nel medaglione è raffigurata la decapitazione di Santa Caterina.
Per quanto le condizioni del’opera non siano buone e la superficie pittorica risultasse già danneggiata nel tardo Ottocento, particolarmente nel mantello della Vergine e nei volti di quest’ultima e della Sant’Anna, il dipinto mantiene intatto il suo fascino tanto da essere stato considerato da Cecil Gould un lavoro “squisito” che “è certamente il capolavoro delle prime miniature” del Correggio [1]. [M. Spagnolo]

1. Gould 1976: p.36: “Despite these shortcomings the emotional quality of the scene comes over with as complete success as in the Washington St. Catherine and with a poignancy which Correggio was  never again to achieve in the unheard-of brilliance and bravura of his later work. We can test this by comparing the picture with another of similar subject, also in the National Gallery – the rhetorical Ecce Homo, dating from a period towards the end of Correggio’s career. The total submission of the Christ in the earlier work and the anguished indecision of the Virgin, protesting with her right hand and indicating resignation with her left, are set off by the solicitude of the two subsidiary characters, similar in mood to the St. Francis and St. Dominic of the Washington picture. We may also note, since the picture is in most respects so very different from the works of Correggio’s maturity, that the facial type of Christ is already similar to that in the Prado Noli me Tangere of the 1520s.”
 
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    La tavoletta di Washington, considerata dal Gould il capolavoro dei quadri di piccolo formato, pone la Sant'Anna al centro e alla sommità del trono, esaltandone così il ruolo materno (la metterza fiorentina); e stringe con trepidezza Maria, San Francesco e San Domenico intorno al verginale matrimonio della principessa Caterina d'Alessandria con Gesù Bambino: inizio al dono della vita sino al martirio.
Il "Matrimonio mistico" è uno dei primi temi devozionali toccati dal Correggio. Soggetto alquanto popolare - atto a muovere devozione e accorate istanze di compartecipazione - ben si attaglia alla psicologia profonda del pittore. La scena rappresenta idealmente un atto di fede e consacrazione: la principessa Caterina, vissuta in Alessandria d'Egitto, abbracciò la fede cristiana e volle sposare misticamente Gesù Bambino, in segno della sua dedizione perpetua alla verginità. Ella resistette poi ad ogni lusinga e tortura, morendo nel 307 dopo Cristo, dilaniata da una ruota squarciante eppoi decapitata.
L'Allegri coltivò in ogni contingenza l'introiezione emotiva ai soggetti che si accingeva a dipingere, e ne traeva un sentimento premente e affiorante, tale che all' osservatore di ogni sua opera sgorga un'empatia di commozione eguale a quello che fu certamente il vissuto intimo dell'autore. (G. Adani)